ORHAN PAMUK.
.
LA VALIGIA DI MIO PADRE.
.
Titolo originale: Babamm bavulu. 2006.
Traduzione di: Semsa Gezgin (con Marta Bertolini per: Autore implicito).
2007. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Chi scrive parla di cose che tutti conoscono ma che non sanno ancora di conoscere. Cos, scrittori e lettori, usando la fantasia, avvertono quanto tutti gli uomini hanno in comune. La grande letteratura non parla delle nostre capacit di giudizio, ma della nostra abilit di metterci nei panni di un altro.
...
.
..
Vele.
.
Qual  il senso della letteratura? Come nasce un romanzo? In tre appassionate conferenze tenute nell'arco di un anno, fino al discorso di accettazione del Premio Nobel 2006, Orhan Pamuk disegna un ritratto dello scrittore nel mondo contemporaneo. La letteratura inizia dal gesto di chi si chiude in una stanza, si ripiega in se stesso e tra le proprie ombre costruisce un mondo nuovo con le parole. Proprio quell'isolamento nasconde in realt un'apertura, la certezza che tutti gli uomini si somiglino e che il mondo sia privo di un centro. Essere scrittori, infatti, significa prendere coscienza delle proprie ferite interiori, e raccontarle ai lettori che le riconoscono per averle provate in prima persona, magari senza esserne consapevoli. E poich ricordano ai lettori la loro fragilit, la loro vergogna e il loro orgoglio, gli scrittori suscitano ancora oggi nel mondo molta rabbia e inaspettati gesti di intolleranza. Ma i romanzi sono uno strumento indispensabile che le comunit hanno per riflettere sulla propria identit. L'arte del romanzo mi ha insegnato che condividendo le nostre segrete vergogne diamo avvio alla nostra liberazione.
.
L'Autore.
.
Orhan Pamuk, premio Nobel 2006 per la letteratura,  nato nel 1952 a Istanbul. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato II castello bianco (2006), La nuova vita (2000), II mio nome  rosso (2001), Neve (2004) e l'autobiografia Istanbul (2006).
...
.
...
INDICE.
...
.
...
La valigia di mio padre.
.
Autore implicito.
.
Discorso di Francoforte.
...
.
...
FINE Indice.
...
.
...
La valigia di mio padre.
.
Due anni prima di morire mio padre mi affid una valigetta piena di suoi scritti, manoscritti e taccuini. Con la sua solita espressione ironica e scherzosa mi chiese di leggerli dopo che se n'era andato; e intendeva dire dopo la sua morte.
.
Dai un'occhiata, - disse con leggero imbarazzo. - Guarda se c' dentro qualcosa di buono. Forse, dopo che me ne sar andato, potrai fare una selezione e pubblicare il materiale.
Eravamo nel mio studio, circondati dai libri. Mio padre cercava un posto dove posare la valigetta andando avanti e indietro come se avesse voluto liberarsi di un penoso e singolare fardello. Alla fine la lasci con noncuranza in un angolo dove non avrebbe attirato l'attenzione. Una volta passato questo momento un po' imbarazzante ma indimenticabile, riprendemmo con fare spensierato i nostri soliti ruoli, le nostre personalit ironiche e rilassate. Parlammo come sempre facevamo del pi e del meno, della vita, degli infiniti problemi politici della Turchia e delle avventure imprenditoriali di mio padre, per lo pi fallimentari, discorrendone senza troppo rammarico.
.
Ricordo che, andato via mio padre, per giorni passai accanto alla valigetta senza neppure sfiorarla. Conoscevo dalla mia infanzia quella piccola borsa di pelle nera, la sua serratura, gli angoli arrotondati. Mio padre la portava sempre con s nei viaggi brevi e talvolta la usava per i documenti di lavoro. Ricordo che, da bambino, quando tornava da un viaggio aprivo quella valigetta e frugavo al suo interno, deliziato dal profumo di colonia e di paesi stranieri. Quella valigetta era un oggetto familiare e affascinante che richiamava ricordi del passato e della mia infanzia, ma ora non riuscivo neppure a toccarla. Perch ? Senza dubbio per il peso misterioso del suo contenuto segreto.
.
Parler ora del senso di questo peso.  il senso del lavoro di un uomo che si chiude in una stanza e che, seduto a un tavolo, ritirato in un angolo, si esprime per mezzo di carta e penna - vale a dire il senso della letteratura.
.
Nel momento in cui toccai la valigia di mio padre pur senza riuscire ad aprirla, conoscevo alcuni di quei taccuini. Avevo visto mio padre impegnato a scrivere su alcuni di essi. Non era la prima volta che avevo sentito parlare del contenuto della valigetta. Mio padre aveva una grande biblioteca. Da giovane, alla fine degli anni Quaranta, aspirava a diventare poeta, a Istanbul, e aveva tradotto Valry in turco, ma non aveva voluto affrontare il tipo di vita riservato a chi scriveva poesie in un paese povero con pochi lettori. Il padre di mio padre, mio nonno, era stato un ricco uomo d'affari; mio padre aveva vissuto una vita agiata da bambino e da ragazzo e non aveva intenzione di cadere in ristrettezze in nome della letteratura, della scrittura. Amava la vita con tutte le sue piacevolezze e lo capivo.
.
Il primo dubbio che mi tenne lontano dal contenuto della valigetta di mio padre era, ovviamente, il timore di non gradire ci che avrei letto. Mio padre lo sapeva e per questo aveva finto di non prendere troppo sul serio il contenuto della borsa. Ne fui addolorato, dopo venticinque anni passati a scrivere, ma  non volevo neppure irritarmi con lui perch non prendeva la letteratura abbastanza sul serio... Il mio vero timore, la cosa essenziale che non volevo sapere o scoprire era la possibilit che mio padre fosse un bravo scrittore. Non riuscivo ad aprire la valigetta di mio padre perch temevo proprio questo. Peggio ancora, non riuscivo neppure a confessarlo a me stesso. Se dalla valigetta di mio padre fosse emersa della vera, grande letteratura, avrei dovuto ammettere che mio padre nascondeva un uomo del tutto diverso. Era una prospettiva terribile. Perch anche alla mia non pi tenera et avrei voluto che lui fosse soltanto mio padre, non uno scrittore.
.
Uno scrittore  colui che passa anni alla paziente ricerca dell'essere distinto che porta dentro di s e del mondo che lo rende la persona che : quando parlo di scrittura, la prima cosa che mi viene in mente non  un romanzo, una poesia o la tradizione letteraria, ma  una persona che si chiude in una stanza, si siede a un tavolo e si ripiega in se stessa e tra le proprie ombre costruisce un mondo nuovo con le parole. Quest'uomo (o questa donna) pu usare la macchina per scrivere, pu approfittare dell'aiuto di un computer, oppure pu scrivere come me, per trent'anni, con una penna stilografica e mentre scrive pu bere caff, t e fumare sigarette. Qualche volta pu alzarsi dal tavolo e pu guardare fuori, i bambini che giocano per la strada, gli alberi o un panorama, se  fortunato, oppure un muro cieco. Pu scrivere poesie, drammi oppure romanzi come me. Tutte queste differenze passano in secondo piano, dopo il vero lavoro, che  quello di sedersi al tavolo e di chiudersi pazientemente in se stessi. Scrivere  trasmettere questo sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza, ostinazione e gioia. Quando passo giorni, mesi, anni scrivendo lentamente le mie parole su un foglio bianco, seduto al tavolo, sento di costruire un nuovo mondo, una nuova persona dentro di me, proprio come coloro che costruiscono un ponte o una cupola pietra su pietra. Le pietre di noi scrittori sono le parole. Le tocchiamo, sentiamo il rapporto che hanno tra di loro, qualche volta le guardiamo da lontano, qualche volta le accarezziamo con le dita o con la punta della penna, le pesiamo, le sistemiamo e cosi per anni, con determinazione, pazienza e speranza costruiamo nuovi mondi.
.
Secondo me il segreto dello scrittore non sta nell'ispirazione, che arriva da fonti ignote, ma nella sua ostinazione e nella sua pazienza. Scavare un pozzo con un ago  un bel modo di dire turco che descrive il lavoro dello scrittore. Nelle antiche favole, mi piace e comprendo la pazienza di Ferhat che si scav una strada attraverso le montagne per amore. Raccontando nel mio romanzo II mio nome  rosso la storia dei vecchi miniaturisti persiani che disegnando ogni giorno lo stesso cavallo finiscono per memorizzarlo al punto di poterlo rifare a occhi chiusi, parlavo in realt del mestiere di scrivere, della mia vita. Penso che lo scrittore, seduto a un tavolo, debba pazientemente dedicare molti anni della sua esistenza a questo mestiere, a quest'arte e trame sufficiente fiducia per poter raccontare la propria vita come se fosse la vita di un altro e sentire dentro di s la forza del racconto. La musa, che ispira alcuni scrittori e ne evita altri, ama questa sicurezza e questa fiducia: nel momento in cui lo scrittore si sente terribilmente solo e inizia a nutrire dubbi sul suo lavoro, sul valore della sua immaginazione e dei suoi scritti - in altre parole quando pensa che la storia che sta scrivendo rester una storia soltanto sua - la musa offre quelle fantasie, quelle immagini e quei racconti che evocheranno il mondo che lo scrittore vuole costruire. Se ripenso ai libri a cui ho dedicato tutta la mia vita provo un sentimento sconvolgente: mi sembra di non aver scritto con le mie mani le frasi, i sogni, le pagine che mi hanno dato una grande felicit, ma di averlo fatto grazie a una forza generosa e sconosciuta.
.
Avevo paura di aprire la valigetta di mio padre e leggere i suoi taccuini perch sapevo che lui non avrebbe tollerato le difficolt che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bens mescolarsi agli amici, la folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia. Ma poi presi a riflettere in modo diverso: queste idee, questi sogni di sofferenza e pazienza, potevano essere pregiudizi che avevo tratto dalla mia vita e dalla mia personale esperienza di scrittore. C'erano moltissimi scrittori geniali che conducevano una vivace, brillante vita sociale e familiare fatta di compagnia e allegre conversazioni. Inoltre mio padre quando eravamo piccoli, stanco della monotonia della vita familiare, ci aveva lasciato per andarsene a Parigi, dove, come tanti autori, si era chiuso in una stanza d'albergo a riempire i suoi taccuini. Sapevo anche che alcuni di quei taccuini si trovavano nella valigetta perch qualche anno prima di portarmela aveva finalmente iniziato a parlarmi di quel periodo della sua vita. Raccontava di quegli anni anche quando ero bambino, ma senza far cenno alle sue debolezze, ai sogni di diventare poeta-scrittore o alle crisi di identit che lo avevano afflitto nelle stanze d'albergo. Mi parlava invece di come vedesse spesso Sartre per i marciapiedi di Parigi, dei libri letti, dei film visti, con il sincero trasporto di chi comunica notizie importantissime. Non dimenticai mai il contributo dato al mio mestiere da un padre che parlava di scrittori di fama mondiale molto pi che di pasci e grandi autorit religiose. Forse avrei dovuto leggere i suoi appunti con questa consapevolezza e ricordare quanto fossi in debito con la sua vasta biblioteca. Avrei dovuto tenere a mente che, quando viveva con noi, come me, amava star solo in compagnia dei suoi libri e dei suoi pensieri, e non avrei dovuto dare troppa importanza al valore letterario dei suoi scritti.
.
Ma mentre fissavo, inquieto, la valigetta lasciatami in eredit, sentivo anche che era proprio questo che non sarei riuscito a fare. Mio padre talvolta si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva a lungo nei pensieri, nei sogni. Gli si dipingeva sul viso un'espressione completamente diversa da quella che aveva nell'atmosfera scherzosa e allegra dei battibecchi familiari, uno sguardo introverso, e cos pensavo con trepidazione, soprattutto da bambino e nella prima giovinezza, che non fosse felice. Oggi, a distanza di tanti anni, so che questa infelicit  la caratteristica fondamentale che trasforma un individuo in uno scrittore. Per diventare scrittore pazienza e fatica non bastano: si deve anzitutto sentire l'impulso irresistibile a fuggire la gente, la compagnia, la consuetudine, la quotidianit e a chiudersi in una stanza.
.
Lavoriamo con pazienza e speriamo di riuscire a creare un mondo profondo attraverso la scrittura. Ma  il desiderio di chiuderci in una stanza, in una stanza piena di libri, che ci spinge all'azione. Il primo grande esempio di questo genere di scrittore indipendente, che legge per soddisfare il suo cuore e che, ascoltando esclusivamente la voce della propria coscienza, discute con le parole altrui, che conversando con i suoi libri sviluppa i suoi pensieri e il suo mondo personale, fu senza dubbio Montaigne, agli albori della letteratura moderna. Montaigne era un autore cui mio padre tornava spesso, un autore che mi raccomandava. Mi piacerebbe considerarmi parte della tradizione di scrittori che ovunque si trovino nel mondo, in Oriente o in Occidente, si tagliano fuori dalla societ rinchiudendosi con i loro libri in una stanza. La vera letteratura parte dall'uomo che si chiude in una stanza con i suoi libri.
.
Ma quando ci chiudiamo nella stanza scopriamo di non essere poi cosi soli. Prima di tutto ci fanno compagnia le parole, i racconti, i libri di altre persone, tutto ci che chiamiamo tradizione letteraria. Credo che la letteratura sia il tesoro accumulato dall'uomo nella ricerca di se stesso. Le comunit, le popolazioni, le nazioni si arricchiscono in spirito e cultura quando tengono nella giusta considerazione la loro letteratura, quando sanno ascoltare i loro scrittori: il rogo di libri e l'umiliazione degli scrittori preannunciano sempre tempi bui e incerti... Ma la letteratura non  mai soltanto un problema nazionale. Lo scrittore che si chiude in una stanza con i suoi libri e intraprende un viaggio dentro se stesso scoprir anche la norma indispensabile della grande letteratura: l'abilit di raccontare la propria storia come se fosse la storia di un altro e la storia di un altro come se fosse la propria. Per farlo iniziamo dai racconti e dai libri degli altri.
.
Mio padre aveva una buona biblioteca, circa millecinquecento volumi, ampiamente sufficiente a uno scrittore. A ventidue anni non li avevo forse letti tutti, ma li conoscevo uno per uno: sapevo quali erano importanti, quali erano di facile lettura, conoscevo i classici, i capolavori, le testimonianze divertenti ma trascurabili di storia locale, gli scrittori francesi che piacevano a mio padre. Qualche volta m'incantavo a guardare questa biblioteca e sognavo di averne una anch'io in un'altra casa, anzi una migliore, e di costruirmi un mondo di libri. .
Osservavo da lontano la biblioteca di mio padre e mi sembrava un piccolo ritratto di tutto il mondo. Ma era un mondo visto dal nostro angolo, da Istanbul. E la biblioteca lo dimostrava. Mio padre l'aveva costituita con i libri comprati durante i suoi viaggi all'estero, specialmente a Parigi e in America, e con quelli acquistati negli anni Quaranta e Cinquanta nelle librerie che vendevano libri in lingua straniera e in quelle che conoscevo bene anch'io. Il mio mondo  una mescolanza fra il mondo turco e quello occidentale.
.
Negli anni Settanta anch'io cominciai a costruirmi, con qualche pretesa, una biblioteca. Non avevo ancora deciso definitivamente di diventare scrittore, come racconto nel mio libro Istanbul; avevo intuito di non poter diventare pittore ma non sapevo bene che strada avrebbe preso la mia vita. Avevo dentro un'inarrestabile curiosit e una grande smania di leggere e imparare; d'altra parte invece sentivo che la mia vita sarebbe stata una vita incompleta e che non avrei potuto vivere come gli altri. Questa mia sensazione era simile a quella che provavo guardando la biblioteca di mio padre: l'idea di essere lontano dal centro del mondo, di vivere in provincia, come eravamo portati a pensare noi di Istanbul in quegli anni. Un'altra ragione per sentirsi inadeguati era la consapevolezza di vivere in un paese che non dava n importanza n speranza ai suoi artisti sia in campo letterario sia pittorico. Negli anni Settanta, con i soldi che mi dava mio padre, compravo nelle vecchie librerie di Istanbul, con grande avidit, come se volessi riempire i vuoti della mia vita, libri usati dalle pagine ingiallite e polverose. Quelle librerie fatiscenti e incredibilmente disordinate che si trovavano sui lati delle strade, nei cortili delle moschee, sotto i muri diroccati, mi influenzavano quanto i libri che leggevo.
.
Per quanto riguarda il mio posto nel mondo, la mia sensazione principale era quella di non esserne al centro, nella vita come nella letteratura. Al centro del mondo c'era una vita pi ricca e affascinante rispetto alla mia e questa vita era molto lontano da me. Oggi penso di condividere questa sensazione con la maggior parte della popolazione mondiale. Nello stesso modo, c'era un mondo della letteratura e il suo centro era molto lontano da me. In realt non pensavo alla letteratura mondiale, ma a quella occidentale, dalla quale noi turchi eravamo comunque esclusi. La biblioteca di mio padre lo confermava. Da una parte c'erano i libri su Istanbul e la sua letteratura, il nostro mondo provinciale di cui avevo amato e continuavo ad amare molti dettagli; dall'altra parte c'erano i libri del mondo occidentale che non somigliava affatto al nostro. Oltre a farci soffrire, questa diversit ci faceva anche sperare. Scrivere, leggere erano un modo per uscire da un mondo e trovare conforto nelle situazioni bizzarre e straordinarie di un altro. A volte mi sembrava che mio padre leggesse romanzi per fuggire la sua vita, per andarsene in Occidente, come avrei fatto successivamente anch'io. A volte invece i libri mi sembravano punti di riferimento per colmare una differenza culturale. Non solo leggere, ma anche scrivere era come viaggiare da Istanbul verso l'Occidente. Mio padre, per poter riempire la maggior parte dei suoi taccuini, era andato a Parigi, si era chiuso nelle stanze d'albergo e poi aveva riportato in Turchia ci che aveva scritto. Questo era un altro motivo che m'inquietava mentre guardavo la sua valigetta: dopo venticinque anni passati in una stanza per poter diventare scrittore, mi ribellavo al fatto che lo scrittore fosse costretto a fare il suo lavoro di nascosto. Forse per questo motivo ero indispettito dal fatto che mio padre non avesse preso sul serio quanto me questo mestiere.
.
In realt ero arrabbiato con mio padre perch non aveva vissuto come me, non aveva sofferto inquietudini e aveva passato la propria vita felicemente, ridendo e scherzando con le persone a cui era affezionato. Ma sapevo bene che invece di dire ero arrabbiato potevo dire ero geloso e questo sarebbe stato un termine pi adeguato ai miei sentimenti. Ero inquieto e mi chiedevo con la solita voce ossessiva e irata di allora: Che cos' la felicit?  credere di vivere una vita profonda, da solo, in una stanza ? Oppure  vivere una vita comoda in societ, credendo, o facendo finta di credere, alle stesse cose a cui credono gli altri ? Si pu definire felicit, o infelicit, vivere apparentemente in armonia con tutti e scrivere segretamente in un luogo dove nessuno ti vede? Erano domande troppo aspre e rabbiose. Da dove veniva quest'idea che la felicit fosse il parametro assoluto di riferimento nella vita ? Gli uomini, i giornali, tutti agivano secondo l'idea che la felicit fosse la cosa pi importante della vita. Non era questo un motivo sufficiente per verificare se non fosse vero il contrario ? Dopo tutto, mio padre se ne era andato di casa cos tante volte - quanto potevo dire di conoscere lui e le sue inquietudini ?
.
Aprii la valigetta di mio padre con queste motivazioni. C'era forse un segreto, un'infelicit che ignoravo, qualcosa che mio padre riusciva a sopportare solo riversandola nei suoi scritti? Non appena aprii la valigetta ricordai il suo profumo, riconobbi vari taccuini e mi resi conto che mio padre me li aveva mostrati anni addietro senza per soffermarvisi molto a lungo. La maggior parte dei taccuini che avevo ora tra le mani li aveva riempiti quando ci aveva lasciato per recarsi a Parigi, da giovane. Proprio come mi capita con gli scrittori che amo e di cui leggo le biografie, volevo sapere che cosa avesse scritto e che cosa avesse pensato mio padre alla mia stessa et. Non mi ci volle molto a capire che non avrei trovato nulla del genere l dentro. A turbarmi fu l'imbattermi, qui e l, nei taccuini di mio padre, in una voce narrante. Non era la voce di mio padre, dissi a me stesso, non era la sua voce originale, o meglio, non quella dell'uomo che conoscevo come mio padre. Al di l del timore che mio padre non fosse pi mio padre nel momento in cui scriveva, c'era un timore pi profondo: la paura di non trovare nulla di buono nei suoi scritti, di scoprire che si era fatto eccessivamente influenzare da altri autori. Sprofondai nella stessa disperazione che mi aveva afflitto da ragazzo tanto da porre in discussione la mia vita, la mia stessa esistenza, il mio desiderio di scrivere e la mia opera. Durante i miei primi dieci anni da scrittore avevo avvertito quest'ansia pi profondamente e, pur combattendola, talvolta temevo che un giorno avrei dovuto ammettere la sconfitta, come avevo fatto con la pittura, e soccombere all'inquietudine, abbandonando anche l'attivit di romanziere.
.
Ho gi parlato dei due fondamentali sentimenti suscitati in me dalla valigetta, che nel frattempo avevo chiuso e messo via: la sensazione di essere provinciale e il timore di
mancare di autenticit. Ovviamente non era la prima volta che provavo questi sentimenti d'inquietudine. Per anni, seduto a una scrivania, li avevo studiati, analizzati e approfonditi in tutti i loro sviluppi, esiti, grovigli, connessioni e sfumature. Li avevo vissuti, naturalmente, molte volte, in particolare durante la mia giovinezza, come dolore indistinto, suscettibilit e confusione mentale che mi provocavano spesso la vita e i libri. Ma avevo potuto conoscere a fondo il sentimento di essere provinciale e il timore di mancare di autenticit scrivendo romanzi su questi argomenti (per esempio Neve e Istanbul per il sentirsi provinciali; II mio nome  rosso e II libro nero per la mancanza di autenticit). Per me, essere scrittori significa prendere coscienza delle ferite segrete che portiamo dentro di noi, ferite cos segrete che noi stessi ne siamo a malapena consapevoli, esplorarle pazientemente, studiarle, illuminarle e fare di queste ferite e di questi dolori una parte della nostra scrittura e della nostra identit.
.
Un autore parla di cose che tutti sanno senza esserne consapevoli. Esplorare questo sapere e vederlo crescere da al lettore il piacere di visitare un mondo familiare e insieme sorprendente. Quando un autore si chiude per anni in una stanza per affinare la sua arte, quella di creare un mondo, se usa le sue ferite segrete come punto di partenza ripone, che lo sappia o no, una grande fede nell'umanit. La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portano ferite come le mie e che quindi capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza fiduciosa e infantile che tutti gli individui si somiglino. Quando uno scrittore si chiude per anni in una stanza, evoca col suo gesto l'esistenza di un'umanit unica, un mondo privo di centro.
.
Ma come si pu vedere dalla valigetta di mio padre e dalle nostre vite sbiadite a Istanbul, il mondo aveva un centro ed era un centro lontano da noi. Nei miei libri ho descritto in dettaglio come questa realt evocasse un provincialismo cechoviano e come mi spingesse a porre in discussione la mia autenticit. So per esperienza che la gran maggioranza delle persone su questa terra condivide le stesse sensazioni e che molti sono afflitti da un senso ancor pi profondo di frustrazione, insicurezza e paura di soffrire umiliazioni. S, i maggiori problemi dell'umanit sono ancora la povert, la mancanza di un tetto e la fame... Ma oggi la televisione e i giornali ci informano su questi problemi fondamentali pi rapidamente e pi semplicemente di quanto possa mai fare la letteratura. Oggi oggetto dell'indagine della letteratura devono essere soprattutto le paure dell'umanit: la paura di essere esclusi, la paura di non contare nulla e il senso di vuoto che le accompagna.
.
Le umiliazioni collettive, le debolezze, gli affronti, i torti, le suscettibilit, gli insulti immaginati e i vanti e la retorica nazionalista... Quando mi confronto con queste paranoie, spesso espresse con un linguaggio irrazionale ed eccessivo, sento di toccare un punto oscuro dentro di me. Abbiamo spesso visto popoli, societ e nazioni esterni al mondo occidentale, con cui mi  facile identificarmi, soccombere a timori che li conducono a commettere idiozie, per paura di subire umiliazioni e per colpa delle loro suscettibilit. So anche che in Occidente - un mondo con cui mi  altrettanto facile identificarmi - nazioni e popoli, troppo orgogliosi della loro ricchezza e di aver donato al mondo il Rinascimento, l'Illuminismo, il Modernismo, di tanto in tanto hanno ceduto a un autocompiacimento quasi altrettanto idiota.
.
Tutto ci significa che mio padre non era l'unico, che tutti diamo eccessiva importanza all'idea di un mondo con un centro. Ci che invece ci spinge a chiuderci nelle nostre stanze a scrivere per anni e anni  la convinzione opposta, quella che un giorno i nostri scritti saranno letti e compresi perch tutta la gente del mondo si somiglia. Ma questa, lo so dai miei scritti e da quelli di mio padre,  una fiducia inquieta, minata dalla rabbia di essere relegato ai margini, escluso. L'amore e l'odio che Dostoevskij prov per tutta la vita nei confronti dell'Occidente l'ho provato anch'io, in numerose occasioni. Ma se ho afferrato una verit essenziale, se ho motivo di essere fiducioso  perch ho viaggiato insieme a questo grande scrittore attraverso il suo rapporto di amore-odio con l'Occidente, per contemplare il mondo che egli ha costruito dall'altra parte.
.
Chi ha dedicato la propria vita al mestiere di scrivere conosce questa realt: i motivi che ci spingono a scrivere e il mondo che abbiamo costruito, scrivendo per anni, si collocano alla fine in luoghi differenti. Dal tavolo dove ci siamo seduti con rabbia e tristezza raggiungiamo un mondo completamente diverso, al di l di quella rabbia e di quella tristezza. Era possibile che mio padre non avesse raggiunto un mondo cos? Quel mondo, dove si arriva dopo un lungo viaggio, ci ispira un sentimento miracoloso proprio come un'isola che appare lentamente davanti a noi, con tutti i suoi colori, quando la nebbia si leva sul mare. E ci ricorda l'impressione provata dai viaggiatori occidentali quando arrivavano a Istanbul, via mare, quando vedevano la citt emergere dalla nebbia mattutina. Alla fine del viaggio intrapreso con speranza e curiosit, c' una citt, un mondo intero con le sue moschee, i suoi minareti, le sue case, le sue strade, le sue colline, i suoi pendii e i suoi ponti. Si ha voglia di entrare subito in questo mondo e di perdersi dentro, proprio come un buon lettore che si perde tra le pagine di un libro. Dopo esserci seduti alla scrivania perch ci sentiamo provinciali, marginali, esclusi, arrabbiati o malinconici, ci mettiamo al lavoro e scopriamo un nuovissimo mondo che ci fa dimenticare quei sentimenti.
.
Contrariamente a ci che sentivo durante la mia infanzia e giovinezza, ormai il centro del mondo per me  Istanbul. Non solamente perch ci ho passato quasi tutta la vita, ma anche perch da trent'anni ne racconto le strade, i ponti, gli uomini, i cani, le case, le moschee, le fontane, gli strani eroi, i negozi, i personaggi famosi, gli angoli bui, le notti e i giorni, uno per uno, immedesimandomi coni ciascuno di essi. A un certo punto il mondo immaginato sfugge al mio controllo e diventa nella mia testa pi reale della citt in cui ho vissuto. Allora, tutte quelle strade, tutti quegli uomini e oggetti, tutti quei palazzi cominciano a parlare e stabilire tra di loro relazioni che non potevo prevedere, a vivere per conto loro e non pi nelle mie immaginazioni e nei miei libri. Questo mondo che ho costruito pazientemente, come se scavassi un pozzo con un ago, mi appare allora pi reale di tutto il resto.
.
Mio padre avr magari scoperto lo stesso genere di felicit provata dagli scrittori che hanno dedicato tanti anni a questo mestiere, pensavo fissando la sua valigetta: non dovevo giudicarlo senza sapere. Gli ero molto grato, dopo tutto. Non era mai stato un padre autoritario, soffocante, punitivo, ma mi aveva sempre lasciato libero e aveva sempre dimostrato nei miei confronti il massimo rispetto. Ho spesso pensato che se ero capace di attingere alla mia immaginazione con la libert di un bambino era perch, a differenza di tanti miei amici d'infanzia e di giovent, non sapevo cosa significasse avere paura del padre e talvolta avevo sinceramente pensato di essere riuscito a diventare scrittore perch tinche mio padre, da giovane, lo aveva desiderato. Dovevo leggere i suoi scritti con un po' di tolleranza, cercare di capire che cosa avesse scritto in quelle stanze d'albergo.
.
Animato da ottimismo aprii la valigetta che giaceva ancora dove mio padre l'aveva lasciata e lessi qualche manoscritto e qualche taccuino facendo appello a tutta la mia forza di volont. Che cosa scriveva mio padre ? Ricordo qualche scorcio dalle finestre degli hotel di Parigi, poesie, paradossi, analisi... Mi sento ora come chi  appena stato vittima di un incidente stradale e si sforza di ricordare come  successo senza per voler scavare troppo a fondo. Da bambino quando i miei genitori erano sul punto di litigare e tra loro calava un silenzio letale, mio padre accendeva sempre la radio, per cambiare atmosfera, e la musica ci aiutava a dimenticare tutto pi in fretta.
.
Permettetemi di cambiare atmosfera con qualche parola che, mi auguro, abbia l'effetto della musica. Come sapete la domanda che pi spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita : perch scrive? Io scrivo perch sento il bisogno innato di scrivere! Scrivo perch non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perch voglio leggere libri come quelli che scrivo. Scrivo perch ce l'ho con voi, con tutti. Scrivo perch mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perch posso sopportare la realt soltanto trasformandola. Scrivo perch tutto il mondo conosca il genere di vita che abbiamo vissuto, che viviamo io, gli altri, tutti noi a Istanbul, in Turchia. Scrivo perch amo l'odore della carta, della penna e dell'inchiostro. Scrivo perch credo nella letteratura, nell'arte del romanzo, pi di quanto io creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. .
Scrivo perch ho paura di essere dimenticato. Scrivo perch apprezzo la fama e l'interesse che ne derivano.
.
Scrivo per star solo. Forse scrivo perch spero di capire il motivo per cui ce l'ho cos con voi, con tutti. Scrivo perch mi piace essere letto. Scrivo perch una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio finirli. Scrivo perch tutti se lo aspettano da me. Scrivo perch come un bambino credo nell'immortalit delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perch la vita, il mondo, tutto  incredibilmente bello e sorprendente. Scrivo perch  esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo per sfuggire alla sensazione di essere diretto in un luogo che, come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perch non sono mai riuscito a essere felice. Scrivo per essere felice.
.
Una settimana dopo avermi lasciato la valigia, mio padre ritorn a farmi visita. Come sempre mi port un pacchetto di cioccolatini (aveva dimenticato i miei quarantott'anni anni). Come sempre chiacchierammo e ridemmo della vita, della politica e dei pettegolezzi di famiglia. A un certo punto mio padre and con lo sguardo all'angolo in cui aveva lasciato la valigetta e vide che l'avevo spostata. Ci guardammo negli occhi. Segu un silenzio imbarazzato. Non gli dissi che l'avevo aperta e avevo tentato di leggere ci che conteneva, ma distolsi lo sguardo. Cap lo stesso. Come io capii che aveva capito. Come lui capii che avevo capito che aveva capito. Ma tutto questo intendersi dur solo lo spazio di pochi secondi. Perch mio padre era un uomo sicuro di s, accomodante e felice: mi sorrise come faceva sempre. E andandosene mi ripet tutte le frasi affettuose e incoraggianti che mi diceva sempre, da padre.
.
Come sempre lo guardai andar via, invidiando la sua felicit, la sua tranquillit, la sua imperturbabilit. Ma ricordo che quel giorno provai dentro di me anche un moto di gioia di cui mi vergognai. Veniva dal pensiero che forse non mi sentivo a mio agio come lui nella vita, forse non avevo condotto una vita felice e spensierata come la sua, ma io - l'avete capito - avevo dato alla scrittura il posto che meritava... Mi vergognavo di pensare quelle cose alle spalle di mio padre. Di tutte le persone proprio mio padre, che non mi aveva mai fatto soffrire, che mi aveva lasciato libero. Tutto questo dovrebbe ricordarci che la scrittura e la letteratura sono intimamente connesse a un vuoto, al centro delle nostre vite e a un senso di felicit e di colpa.
.
Ma la mia storia ha un altro risvolto, simmetrico, che immediatamente mi riporta alla mente un altro aspetto di quel giorno e acuisce il mio senso di colpa. Ventitre anni prima che mio padre mi lasciasse la sua vali-getta e quattro anni dopo aver deciso, all'et di 22 anni, di diventare romanziere e, abbandonando tutto, di chiudermi in una stanza, terminai il mio primo romanzo, II signor Cevedet e i suoi figli. Consegnai a mio padre pieno di trepidazione il dattiloscritto del romanzo ancora inedito perch lo leggesse e mi desse il suo giudizio. Questo non solo perch avevo fiducia nel suo gusto e nella sua intelligenza: la sua opinione contava moltissimo per me perch lui, a differenza di mia madre, non si era opposto al mio desiderio di diventare scrittore. In quel periodo mio padre non viveva con noi, ma era molto lontano. Attesi con impazienza il suo ritorno. Quando arriv, due settimane dopo, corsi ad aprirgli la porta. .
Non disse nulla, ma a un tratto mi abbracci in modo tale da farmi capire che il libro gli era piaciuto moltissimo. Per un attimo sprofondammo nel silenzio imbarazzato che accompagna spesso i momenti di grande emozione. Quando ci acquietammo e iniziammo a parlare, mio padre pronunci parole che mi apparvero esagerate per esprimere la fiducia che riponeva in me e nel mio primo romanzo: mi disse che un giorno avrei vinto il premio che mi accingo a ricevere oggi con tanta gioia.
.
Lo disse non per cercare di convincermi che apprezzava il mio libro n per pormi l'obiettivo di questo premio. Lo disse come un padre turco dice a un figlio, per incoraggiarlo, un giorno diventerai un pasci!  Per anni, ogni volta che mi vedeva, ripeteva quelle parole per incoraggiarmi.
.
Mio padre  morto nel dicembre 2002.
Onorevoli membri dell'Accademia Svede-se che mi ha conferito questo grande premio, questo onore, gentili ospiti, avrei tanto voluto che mio padre oggi fosse qui.
...
.
...
Autore implicito.
...
.
...
Scrivo da trentanni ed  da molto tempo che ripeto questa frase. E a furia di ripeterla ha smesso di essere vera perch siamo arrivati al trentunesimo anno. Ma dire scrivo romanzi da trent'anni  bello comunque. Ecco, neanche questo  del tutto vero. Ogni tanto scrivo anche altre cose: saggi, recensioni, cose su Istanbul o sulla politica, oppure discorsi per incontri come questo... Ma il mio vero lavoro, ci che mi lega alla vita  scrivere romanzi... Ci sono scrittori molto brillanti che scrivono da pi di tempo di me, da quasi mezzo secolo senza mettersi in mostra... Scrittori da me amatissimi e che continuo a leggere con ammirazione come Tolstoj, Dostoevskij o Thomas Mann non hanno scritto attivamente per trent'anni ma per pi di cinquanta... Allora perch parlo dei miei trent'anni? Perch vorrei parlare del mestiere di scrittore, di romanziere, come se parlassi di un'abitudine.
.
Perch io sia felice  necessario che ogni giorno mi occupi un po' di letteratura. Proprio come i malati che ogni giorno devono prendere un cucchiaio di medicina. Quando da bambino ho imparato che per condurre una vita normale i diabetici hanno bisogno di un'iniezione al giorno, mi era dispiaciuto molto per loro. Ho pensato che fossero dei mezzi morti. Anche la mia dipendenza dalla letteratura mi ha trasformato in un mezzo morto. Quando ero un giovane scrittore credevo che chi mi diceva che ero distaccato dalla vita indicasse questo modo di vivere mezzo morto. Si potrebbe anche dire mezzo fantasma. Mi  capitato di pensare di essere un morto e di cercare- di animare il cadavere che avevo dentro con la letteratura. La letteratura mi  necessaria come un farmaco. Come capita a chi ha una dipendenza, la letteratura, che devo prendere ogni giorno come una medicina che si prende col cucchiaio o con un'iniezione, ha una dose consigliata e degli effetti collaterali.
.
Prima di tutto la medicina deve essere buona. E con buona intendo dire vera e forte. Un brano di romanzo forte, intenso e profondo in cui credo, che mi rende felice pi di tante altre cose e che mi lega alla vita. Preferisco gli scrittori gi morti. In modo che l'ombra della minima gelosia non mi privi del gusto sincero dell'ammirazione nei loro confronti. Pi vado avanti con l'et pi ve,do che i libri pi belli sono opera di scrittori ormai morti. Se invece non sono morti, la presenza di questi scrittori straordinari ha qualcosa di simile a quella dei fantasmi. Per questo, quando li incontriamo per strada, ci agitiamo come se avessimo visto uno spettro, non riusciamo a credere ai nostri occhi e li guardiamo da lontano con curiosit. Pochi coraggiosi corrono a chiedere allo spettro un autografo. A volte penso che anche quello scrittore morir tra un po' e i suoi libri avranno un posto migliore nel nostro cuore. Ma naturalmente non  sempre cosi...
.
Se invece a scrivere sono io la dose di letteratura che devo prendere ogni giorno  completamente diversa. Perch nel mio stato la cura migliore, la massima fonte di felicit,  scrivere ogni giorno una buona mezza pagina. Da trent'anni, pi o meno ogni giorno scrivo per dieci ore seduto alla scrivania, in una stanza. Ma quanto ho potuto produrre e pubblicare in questi trent'anni corrisponde mediamente a meno di mezza pagina al giorno. E per di pi, probabilmente, una mezza pagina un po' meno buona di come avrei voluto. Ecco due validi motivi per essere infelice.
.
Ma non voglio essere frainteso: chi come me  dipendente dalla letteratura non  cos superficiale da essere felice con i bei libri che scrive, con il loro numero e il loro successo. Chi ne  dipendente non desidera la letteratura per salvarsi la vita ma soltanto per superare la difficile giornata che sta trascorrendo. I giorni sono sempre difficili. La vita  difficile perch non scrivi. Perch non riesci a scrivere. Ed  difficile anche quando scrivi perch scrivere  molto difficile. Tra tutte queste difficolt, l'importante  riuscire a trovare la speranza per fare passare la giornata, anzi essere felice e gioire se il libro o la pagina che ti porta in un nuovo mondo sono buoni.
.
Vi racconto che cosa sento se un giorno non ho scritto bene o non mi sono perso nel conforto di un libro. In breve, il mondo si trasforma per me in un luogo insopportabile e tremendo e chi mi conosce bene capisce immediatamente che anche io sono diventato come quel mondo. Per esempio, quando si fa sera mia figlia capisce dall'espressione desolata del mio volto che durante la giornata non ho potuto scrivere bene. Glielo vorrei nascondere ma non mi riesce mai. In questi brutti momenti penso che vivere o non vivere sia la stessa cosa. Non ho voglia di parlare con nessuno e chi mi vede in quello stato non ha voglia di parlare con me. Questo umore in realt comincia ad avvolgere lentamente il mio animo ogni giorno tra l'una e le tre di pomeriggio, ma dato che ho imparato a usare la scrittura e i libri come una medicina, mi salvo senza diventare completamente il cadavere di me stesso.
.
Se capita che non possa prendere la mia medicina che sa di inchiostro e carta per lunghi periodi perch sono in viaggio o, come  accaduto in passato, a causa del servizio militare o perch devo andare a pagare la bolletta del gas o, come  capitato di recente, per problemi politici o chiss per quanti altri impedimenti, sento che l'infelicit mi trasforma in una specie di uomo di cemento. Non riesco a muovere nessuna parte del corpo, le mie articolazioni non funzionano, la testa si fa di pietra e sembra che il mio sudore abbia un odore diverso. Questa infelicit pu durare a lungo: la vita  infatti piena di castighi che ci allontanano dalle consolazioni della letteratura. Partecipare a un'affollata riunione politica, chiacchierare con gli amici nel corridoio della facolt, trovarsi a pranzo con i parenti in un giorno di festa, la conversazione forzata con una brava persona distratta e rintronata dalla televisione, un incontro di lavoro organizzato tempo prima, una banale uscita per fare la spesa, andare dal notaio, fare una foto tessera per ottenere un visto, sono tutte attivit durante le quali mi si appe-santiscono gli occhi e mi viene sonno. Quando sono lontano da casa e mi  impossibile ritornare nella mia stanza e rimanere solo, l'unica mia consolazione  addormentarmi in pieno giorno.
.
S, forse ci di cui ho bisogno non  la letteratura ma rimanere da solo in una stanza e fantasticare. Allora comincio a sognare cose bellissime su tutti quei luoghi affollati, sulle riunioni familiari e scolastiche, sui pranzi di famiglia nei giorni di festa e sulle persone che vi partecipano. Durante i pranzi dei giorni di festa fantastico su queste persone e le rendo pi divertenti. Nella mia immaginazione tutto diventa interessante, attraente e vero. Parto da questo mondo noto e incomincio a immaginarne uno nuovo. Cos siamo arrivati al cuore della questione. Per scrivere in modo soddisfacente devo annoiarmi per bene e per annoiarmi per bene devo immergermi nella vita. Quando sono proprio in mezzo a tutto quel frastuono, agli uffici, alle telefonate, all'amore, all'amicizia, su di una spiaggia assolata o a un funerale in una giornata piovosa, cio quando sto per entrare nel cuore degli eventi, sento improvvisamente di trovarmi in realt al loro margine. Comincio a fantasticare. Se siete pessimisti potete pensare di annoiarvi. In entrambi i casi, una voce interiore vi dice: Torna nella tua stanza e siediti alla scrivania!  Non conosco i metodi degli altri, ma quelli come me diventano scrittori in questo modo. So che questo non  un metodo adatto alla poesia bens alla prosa, al racconto e al romanzo. E questo ci fornisce ulteriori informazioni sulle caratteristiche della medicina che devo prendere ogni giorno. Dall'intensit della medicina si capisce che deve essere abbondantemente alimentata sia dalla vita sia dalla forza dell'immaginazione.
.
Questo ragionamento, che faccio provando il piacere di confessarmi e la paura di dire la verit su me stesso, porta a una conclusione importante e seria che voglio affrontare subito. Una breve teoria del romanzo in cui si affronta la scrittura come medicina e consolazione: come me, alcuni romanzieri scelgono l'argomento e lo stile delle loro opere secondo l'estro del giorno. Sappiamo tutti che i romanzi si scrivono con tanti pensieri, entusiasmi, rabbia e desiderio. A muoverci sono, apertamente o meno, diversi motivi: compiacere chi amiamo, il disprezzo per qualcuno che ci fa arrabbiare, parlare di una cosa che ci piace, il piacere di far finta di conoscere qualcosa che non conosciamo affatto, la gioia di ricordare o non ricordare, essere amato, essere letto, l'ambizione politica, la curiosit e le manie personali e tante altre cose incomprensibili o assurde... Ci sono sempre sogni di cui vogliamo parlare grazie a questi spunti. Non sappiamo bene cosa siano questi sogni e questi spunti che ci trascinano, ma, quando scriviamo, vogliamo che ci scuotano, come un vento di cui ignoriamo l'origine. Ci lasciamo addirittura andare un poco a questi oscuri sproni proprio come un navigante che non sa dove stia andando... Ma una parte della nostra mente sa sempre dove ci troviamo sulla mappa e dove vogliamo arrivare. Nei momenti in cui mi arrendo quasi completamente al vento, rispetto ad altri scrittori che conosco e ammiro, riesco a prevedere pi o meno il punto dove sto andando.
.
Prima progetto e suddivido in parti la storia che voglio raccontare, decido in quali porti debba andare la mia nave e quali merci debba caricare o scaricare; prima che la mia nave parta calcolo la durata del viaggio tappa per tappa e segno tutto sulla mia mappa. Ma quando le mie vele si gonfiano per un vento imprevisto non mi oppongo alle virate della mia storia. In realt, ci che la nave con le vele tese cerca  un senso di pienezza, di completezza. Mi sembra di cercare quel particolare luogo e tempo in cui tutte le cose si toccano, sono in contatto, sanno l'una dell'altra. Poi pian piano il vento si placa e questa volta mi trovo in un luogo calmo e tranquillo. Sento che in queste acque nebbiose e quiete c' qualcosa che conduce lentamente la mia nave... Per quanto riguarda l'ispirazione poetica, vorrei sempre che mi capitasse ci di cui parlo nel mio romanzo Neve. Una forma di ispirazione che Coleridge dice di avere vissuto quando scrisse la poesia intitolata Kuhla Khan... Vorrei anch'io che alcune scene e situazioni del romanzo mi arrivassero in forma di ispirazione drammatizzata (proprio come accadeva a Coleridge o a Ka, il protagonista del mio romanzo Neve). Se si aspetta con pazienza e attenzione pu accadere. Scrivere romanzi significa essere aperto a questi stimoli, ai venti, ai momenti d'ispirazione, ai luoghi bui della mente e ai tempi di quiete nebbiosi.
.
E il romanzo  un racconto che accoglie questi venti, risponde alle diverse forme d'ispirazione e unisce in modo significativo tutti i sogni che vogliamo sognare. Ma soprattutto, il romanzo  allo stesso tempo un cesto che contiene un mondo di sogni che vogliamo tenere sempre vivo e pronto. Sono i romanzi a unire i pezzi di fantasia che ci aiutano a dimenticare la noia del nostro mondo. A forza di scrivere sviluppiamo questi sogni e rendiamo questo secondo mondo pi ampio e completo. Conosciamo questo nuovo mondo a mano a mano che scriviamo e conoscendolo diventa facile tenerlo a mente. Se sono alla met di un romanzo e sto scrivendo bene, riesco a entrare molto facilmente tra i sogni di questo secondo mondo. I romanzi sono mondi nuovi dove si entra facilmente leggendo, ma ancora pi facilmente scrivendo. Sono modellati per portare con facilit i sogni che i romanzieri vogliono sognare. Cosi come regalano felicit al buon lettore, offrono al buon scrittore un nuovo mondo solido e sicuro dove egli pu fuggire ed essere felice a ogni ora della giornata. Quando riesco a costruire un mondo cosi straordinario, mi sento felice appena mi avvicino alla scrivania, ai fogli gi scritti. In un attimo esco dal mondo normale e passo in quest'altro mondo vasto e libero e da cui a volte non voglio pi tornare. Non vorrei mai che questo secondo mondo in continua evoluzione finisse e non vorrei arrivare alla fine del mio romanzo. La mia sensazione  paragonabile all'augurio del lettore che sa che sto scrivendo un nuovo romanzo: Per favore, questo lo faccia lungo!  Mi vanto di aver sentito pi spesso questa frase che l'augurio tipico degli editori mediocri: Mi raccomando: che sia corto! 
.
Com' possibile che il prodotto di un'abitudine volta ai piaceri e alla felicit personali di un individuo possa attirare l'attenzione di cos tanta gente ? Coloro che hanno letto Il mio nome  rosso ricorderanno che alla fine del romanzo Sekre dice che sarebbe stupido confessare tutto. Anch'io la penso come lei e non come il mio omonimo, il piccolo protagonista Orhan, che la madre in qualche modo disprezza. Ma se permettete, faccio di nuovo una cosa stupida e mi comporto come Orhan, raccontandovi come mai i sogni, che sono medicine per lo scrittore, diventano medicine anche per gli altri. Se sono completamente concentrato sul romanzo e se scrivo bene, cio se sono riuscito ad allontanarmi dalle fastidiose telefonate, domande, richieste e noie della vita quotidiana, le regole del paradiso libero e privo di gravita dove arrivo attraverso il mio romanzo mi fanno venire in mente i giochi della mia infanzia. Sembra che tutto diventi pi semplice e dentro questa semplicit le case hanno gli interni a vista perch sono di vetro, cosi come le auto, le navi, i palazzi, e cominciano a sussurrarmi i loro segreti.
.
Il mio lavoro consiste nel capire queste regole grazie all'intuizione, ascoltarle, osservare con piacere gli interni delle case, girare Istanbul insieme ai miei eroi in autobus o automobile. E quando mi annoio, cambiare le cose che vedo, divertirmi spensieratamente, imparare qualcosa mentre mi diverto proprio come fanno i bambini. L'aspetto pi bello del mestiere dello scrittore, se sei uno scrittore creativo,  poterti dimenticare del mondo come fa un bambino, sentirti spensierato mentre giochi felice, poter giocare con le regole del mondo come fossero giocattoli e nel frattempo sentire l'esistenza di una profonda responsabilit dietro a questa infantile e libera gioia che pi tardi avvolger completamente i lettori. Si pu giocare tutto il giorno, ma sentirsi molto pi seri di chiunque altro. Prendere sul serio l'essenza e l'immediatezza della vita con un'ingenuit propria solo dei bambini. Quando stabilisci coraggiosamente le regole del gioco che tu stesso organizzi e giochi, puoi sentire che i lettori saranno presi dal fascino del tuo linguaggio, delle tue frasi e della tua storia e ti seguiranno. Il mestiere di scrivere  la capacit di far dire al lettore: L'avrei detto anch'io, ma non sono riuscito a essere cos infantile.
.
A volte non riesco a ritornare all'innocenza infantile di questo mondo che scopro fantasticando, spiegando le vele a venti imprevedibili e guardando la mappa che in un secondo tempo ho costruito e sviluppato. Questo pu accadere a tutti gli scrittori. In altre parole, a volte mi blocco in un punto o dopo una pausa non riesco ad andare avanti. In questi casi, forse, provo meno fastidio rispetto ad altri scrittori, perch posso ritornare alla mia storia da un'altra strada rispetto al punto dove ero rimasto e, dato che studio bene la mia mappa, posso continuare il romanzo per un'altra via. Ma non  cos importante. Quest'anno, quando ho incontrato tal genere di difficolt mentre ero preso da alcuni guai politici che mi sono capitati, mi sono reso conto di avere scoperto qualcosa di nuovo sui romanzi. Cercher di spiegarcelo.
.
Un processo nei miei confronti, la situazione politica in cui mi trovavo, avevano fatto di me una persona pi politica, seria e responsabile di quanto desiderassi. Posso dire sorridendo che la situazione era triste e il mio stato d'animo ancor pi triste. E non riuscivo a trovare l'innocenza infantile necessaria a scrivere... Era una cosa comprensibile, infatti non mi stupivo pi di tanto. Pensavo che col tempo le cose si sarebbero risolte e io sarei ritornato all'irresponsabilit, al gioco infantile e all'ironia che avevo temporaneamente perso e avrei finito il romanzo che stavo scrivendo da tre anni. Eppure, ogni mattina, prima che i dieci milioni di abitanti della citt dove vivo, Istanbul, si svegliassero, mi sedevo alla mia scrivania e cercavo di entrare il pi presto possibile nel romanzo rimasto a met nel silenzio della notte. Mi obbligavo a scrivere e cercavo di entrare in quel secondo amato mondo. Dopo questi sforzi eccessivi, vedevo passare per la mia mente le parti di un romanzo che avrei voluto scrivere... Ma non erano le parti del romanzo che stavo scrivendo, appartenevano a un romanzo completamente diverso. In quei giorni di angoscia e malinconia, scene, frasi, protagonisti, strani dettagli di un romanzo completamente diverso da quello che stavo scrivendo da tre anni, si moltiplicavano e mi venivano incontro... Dopo un po', ho cominciato ad appuntare su un quaderno brani e dettagli di questo romanzo. Sarebbe stato la storia di un pittore contemporaneo non vivente... Mi venivano in mente pensieri sul pittore e sui suoi quadri. In quei giorni di angoscia, dopo un po' mi resi conto di non riuscire a tornare a una gaiezza infantile. Non riuscivo a tornare all'infantilismo, ma soltanto ai giorni della mia infanzia, quando sognavo di diventare pittore e disegnavo continuamente (come racconto nel mio libro Istanbul).
.
Poi il processo nei miei confronti non ebbe luogo e io tornai al mio vero romanzo intitolato II museo dell'innocenza. Oggi tra i miei progetti c' anche quello di scrivere il romanzo che mi veniva in niente scena per scena nei giorni in cui non riuscivo a tornare allo stato d'animo della mia infanzia, ma solo ai suoi stimoli. Comunque questa esperienza mi ha dato la possibilit di imparare una cosa sulla dimensione spirituale dello scrivere romanzi.
Posso spiegarla usando il concetto di lettore implicito del critico e teorico letterario Wolfgang Iser, ma per spiegarmi devo modificarlo un po'. Iser ha sviluppato una brillante teoria critica orientata al lettore. Ha sostenuto che il significato del romanzo che leggiamo non  completamente n nel testo n nell'ambiente in cui  stato scritto il romanzo, ma in un punto che si trova tra questi due elementi. Il significato di un libro emerge quando lo si legge ed  questa la funzione del lettore implicito.
.
Mentre fantasticavo su scene, frasi, dettagli di un nuovo libro, invece del libro che volevo continuare a scrivere, mi venne in mente proprio questo concetto e pensai che ci fosse uno scrittore implicito di ogni libro non scritto ma immaginato (cio il mio libro rimasto a met). Posso finire quel libro se divento il suo scrittore implicito... Ma tra i guai politici o come accade spesso tra i problemi quotidiani - la bolletta del gas da pagare, il telefono che squilla, gli impegni familiari -, non riesco a essere lo scrittore implicito del libro della mia immaginazione. Anche in quegli intensi e angosciami giorni di attivit politica, non riuscivo a essere lo scrittore implicito del meraviglioso libro che volevo scrivere. Finiti quei giorni, ritornai al mio romanzo proprio come volevo e, adesso, pensando che lo finir in breve tempo, mi rallegro (siamo tra il 1975 e oggi, si tratta di una storia d'amore tra gente ricca di Istanbul, scritta con un linguaggio giornalistico). Ma dopo quest'esperienza, ho capito che da trentanni, in realt, spendo tutte le mie energie cercando di diventare l'autore implicito dei libri che voglio scrivere. Probabilmente questo  importante per me, perch voglio sempre scrivere libri grandi, densi e pretenziosi e scrivo lentamente. Immaginare un libro non e difficile. Proprio come immaginare di essere un'altra persona, e io lo faccio spesso. Essere lo scrittore implicito del libro che immagini invece  difficile.
.
Ma non mi devo lamentare. Fino a oggi ho scritto e pubblicato sette romanzi. Quindi, pur se con qualche sforzo, evidentemente riesco a essere uno scrittore capace di scrivere il romanzo che immagina. Adesso so che dietro di me, insieme ai libri che ho scritto, lascio anche alcuni scrittori fantasma che li hanno potuti scrivere. Quei sette scrittori impliciti, che mi somigliano, in questi trent'an-ni hanno raccontato come sapevano, credevano e con tutta la seriet e responsabilit di bambini che giocano, il mondo e la vita visti da Istanbul, da un luogo che  simile al mio. Vorrei tanto riuscire a scrivere romanzi per altri trent'anni ancora e, con questa scusa, vivere assumendo altre identit.
...
.
...
Discorso di Francoforte.
...
.
...
Provo un gran piacere nel trovarmi a Francoforte, la citt dove il protagonista del mio romanzo Neve - Ka - ha passato gli ultimi quindici anni della sua vita. Il mio protagonista  turco e ha una parentela non di sangue, ma solo letteraria con Kafka. Affronter pi tardi l'argomento della parentela letteraria. Il vero nome del mio eroe  Kerim Alakuoglu, ma il nome non gli piace e preferisce essere chiamato Ka.  venuto a Francoforte come esule all'inizio degli anni Ottanta. Non era assolutamente appassionato di politica, che anzi non gli interessava per nulla. Gli piaceva soltanto la poesia. Ka  un poeta che vive a Francoforte. In Turchia viene coinvolto nella vita politica contro la sua volont, come in un incidente. Se il tempo me lo permetter, vorrei parlare brevemente anche di politica e incidenti. Ci sono diversi argomenti da affrontare oggi, ma non vi preoccupate, pur essendo uno scrittore di romanzi corposi, non mi dilungher molto.
.
Cinque anni fa, nel 2000, sono arrivato a Francoforte per cercare di raccontare possibilmente senza errori la citt degli anni Ottanta e Novanta, dove Ka aveva passato l'ultimo periodo della sua vita. Due persone che si trovano in questo momento tra il pubblico mi aiutarono generosamente. Con loro siamo andati in un parco frequentato da Ka vicino a Gutleutstrasse, dietro agli edifici di una vecchia fabbrica. Dopo, per poter immaginare Ka che andava ogni mattina alla Biblioteca Comunale, dove passava ogni giorno lunghe ore, abbiamo camminato fino alla Hauptwache, passando anche davanti alla chiesa in cui ci troviamo adesso, alla piazza della stazione, in Kaiserstrasse, davanti ai porno-shop, in Mnchenerstrasse dove ci sono fruttivendoli, ristorantini di kebab e barbieri turchi. Siamo andati al Kaufhof dove Ka aveva comprato il cappotto che avrebbe indossato per anni orgogliosamente. Per due giorni interi abbiamo girato tra i vecchi e poveri quartieri dove vivevano i turchi e siamo andati nelle moschee, circoli e caff frequentati da loro. Era il mio settimo libro, ma come un romanziere inesperto prendevo appunti inutilmente dettagliati, per esempio chiedevo se un certo tram negli anni Ottanta passava da un certo angolo e cos via.
.
Avevo fatto la stessa cosa anche per la citt di Kars, nel Nordest della Turchia, dove era ambientato il mio romanzo. Ci andai diverse volte e imparai a conoscere la citt strada per strada, negozio per negozio, facendo anche amicizia con la sua gente. Andai nei quartieri pi lontani di questa remota citt della Turchia e parlai con i disoccupati che riempivano i caff senza la speranza di trovare un lavoro, con i liceali, con i poliziotti in borghese e in divisa che mi seguivano continuamente e con i direttori di giornali che non hanno mai una diffusione superiore a duecentocinquanta copie.
.
Vi riferisco questi dettagli non per raccontarvi come ho scritto il mio romanzo Neve, ma per affrontare un argomento che riguarda l'arte del romanzo: trasformare l'altro, lo straniero, il nemico che abbiamo nella testa.  possibile, certo, scrivere romanzi immaginando i personaggi in situazioni simili alle nostre. Vogliamo prima di tutto che il romanzo racconti di persone simili a noi, anzi di noi stessi. Raccontiamo una madre simile alla nostra, un padre come il nostro, una famiglia, una casa, una strada, una citt e un paese che conosciamo bene. Ma le regole strane e magiche dell'arte del romanzo trasformano improvvisamente la nostra famiglia, la nostra casa e la nostra citt in luoghi che appartengono a tutti. Si  affermato spesso che lEuddenbrook  un romanzo troppo autobiografico. Ma quando a diciassette anni sfogliavo le pagine del romanzo vi leggevo la storia di una famiglia in cui mi immedesimavo facilmente e non quella dello scrittore che non conoscevo affatto. I meravigliosi meccanismi dell'arte del romanzo servono allo scrittore per offrire a tutta l'umanit la propria storia come se fosse la storia di un estraneo.
.
Ecco, l'arte del romanzo  il talento di raccontare la propria storia come se fosse la storia degli altri: ma questo  solo un aspetto di questa grande arte che da quattrocento anni emoziona i lettori con tutta la sua forza e appassiona ed esalta noi scrittori. L'altro aspetto  costituito da ci che mi port sulle strade di Francoforte o di Kars: la possibilit di scrivere la storia degli altri come se fosse la mia storia. In questo modo, attraverso i buoni romanzi, cerchiamo di cambiare prima i confini degli altri, poi i nostri. Gli altri diventano noi e noi gli altri. Naturalmente un romanzo fa contemporaneamente queste due cose. Racconta sia la nostra vita come se fosse quella di un'altra persona sia la vita degli altri come se fosse la nostra. Per fare questo non  necessario andare per forza in altre citt e girare per strade sconosciute come ho fatto io per Neve. La maggior parte dei romanzieri attinger all'immaginazione per trasformare se stessi in altre persone, per scrivere degli altri come di se stessi.
.
Per spiegarmi meglio, vorrei citare questo esempio che riprende anche il concetto di parentela letteraria: Cosa succederebbe se una mattina mi svegliassi nel mio letto trasformato in un grosso scarafaggio? Secondo me, dietro ai grandi romanzi ci sono sempre uno scrittore preso dal piacere di trasformare se stesso in un'altra persona e un'immensa creativit. Per immaginare di diventare una mattina un grosso scarafaggio e per vedere i vostri familiari disgustati e spaventati, i genitori che vi tirano delle mele addosso mentre voi scappate su muri e soffitti, non  necessario uno studio sugli insetti, ma uno su Kafka. Prima di immedesimarci in un'altra persona, per,  importante fare un po' di ricerche. E dobbiamo soffermarci soprattutto su una domanda: chi  Faltro che abbiamo bisogno di immaginare ? Questa persona che non ci assomiglia si rivolge ai nostri istinti pi primitivi: protezione, aggressione, odio e paura. Sappiamo che questi sentimenti accendono la nostra capacit di immaginazione e ci spingono a scrivere. Il romanziere sente che, secondo le regole della propria arte, l'immede-simazione con questa altra persona darebbe buoni risultati. Sa anche che provare a pensare il contrario di ci che ha sempre creduto lo libererebbe. La storia del romanzo  la storia di una liberazione: mettendoci nei panni degli altri, usando l'immaginazione per liberarci della nostra identit, liberiamo noi stessi.
.
Robinson Crusoe  la storia sia di Robinson sia del suo servo Venerdf. Don Chisciotte  la storia del cavaliere che vive nel mondo dei libri, ma anche quella di Sancho Panza. Mi piace leggere l'opera pi brillante di Tolstoj, Anna Karenina, come la storia di un uomo sposato felicemente che sogna una donna sposata infelicemente che distrugge prima il suo infelice matrimonio e poi se stessa. A influenzare Tolstoj era stato un altro scrittore mai sposato, Flaubert, che aveva cercato di immaginare una donna infelice, Madame Bovary. Il pi grande classico allegorico del romanzo moderno, Moby Dick di Melville, racconta i timori dell'America di quel tempo attraverso una balena bianca. Noi amanti della letteratura non possiamo pensare agli Stati americani del Sud senza che ci vengano in mente i neri di Faulkner. Nello stesso modo, oggi pensiamo che l'opera di un romanziere tedesco che si rivolge ai lettori tedeschi rimarrebbe incompleta se non immagina in un modo esplicito o implicito i turchi o l'inquietudine che provocano. Cos, mi pare che oggi l'opera di un romanziere turco che non riesce a immaginare i curdi, le minoranze, i punti oscuri della propria storia, rimarrebbe incompleta.
.
Contrariamente a quanto ritiene la maggior parte della gente, la posizione politica di uno scrittore di romanzi non ha nulla a che vedere con la sua adesione a una causa politica, con le comunit, i partiti o gruppi politici cui pu appartenere. La posizione politica di un romanziere dipende dalla sua immaginazione, dalla sua capacit di immaginarsi come un'altra persona. .
Questo potere lo rende non soltanto una persona che scopre realt umane mai espresse in precedenza, ma anche il portavoce delle parole represse, mai pronunciate, di coloro che non possono farsi sentire e sfogare la propria rabbia. Uno scrittore di romanzi pu, come me quando ero giovane, non avere intenzione di interessarsi alla politica o avere altri obiettivi. Oggi non leggiamo I demoni - il pi grande romanzo politico di tutti i tempi - come un'opera polemica contro gli occidentalizzatori e i nichilisti russi, come voleva Dostoevskij, ma come un romanzo che ci rivela il grande segreto racchiuso nell'anima slava, nella realt russa di quel tempo. Questo  un segreto che soltanto un romanzo pu svelare.
.
Non possiamo ottenere informazioni del genere leggendo giornali e riviste o guardando la televisione. Scopriamo le notizie strabilianti ed esclusive che ci possono inquietare, colpire, spaventare profondamente o sorprendere per la loro semplicit, sulle storie degli altri popoli e delle altre nazioni, leggendo con pazienza e con attenzione i grandi romanzi. Devo dire che io mi sento molto vicino al segreto che I demoni di Dostoevskij sussurrano all'orecchio del lettore, un segreto racchiuso tra la sconfitta e l'orgoglio, la vergogna e la rabbia, un segreto le cui radici affondano nella storia. .
Naturalmente dietro a questa vicinanza ci sono le inquietudini e il rapporto di amore e odio di uno scrittore nei confronti dell'Occidente. Uno scrittore che non si considera completamente occidentale, ma al tempo stesso  abbagliato dallo sfavillio della civilt occidentale.
.
Ecco che arriviamo alla questione Oriente- Occidente. I giornalisti amano molto questo argomento ma, quando vedo le connotazioni che ne da oggigiorno una parte della stampa occidentale, ritengo che sia molto meglio non parlare affatto di una questione Oriente-Occidente. Nella maggior parte dei casi essa si riferisce al fatto che i paesi poveri dell'Oriente dovrebbero ubbidire a qual-siasi ordine dell'Occidente e degli Stati Uniti. Con questo punto di vista si insinua che la cultura, lo stile di vita e la politica di luoghi, come quelli da cui provengo io, creino seccanti problemi all'Occidente e ci si aspetta che scrittori come me offrano soluzioni. Devo subito dire che questo atteggiamento sprezzante costituisce una parte di questi problemi. Tuttavia, la questione Oriente-Occidente esiste e non  semplicemente una definizione ostile coniata e imposta dall'Occidente.  soprattutto un problema di ricchezza e di povert e anche una questione di pace.
.
Nel diciannovesimo  secolo, quando l'Impero ottomano inizi a sentirsi messo in ombra dall'Occidente, quando sub ripetute sconfitte per mano degli eserciti europei e vide lentamente dissolversi il proprio potere, nacque un movimento che si chiam dei Giovani Turchi; come le lite che sarebbero seguite nelle generazioni successive, compresi gli ultimi sultani ottomani, i Giovani Turchi erano abbagliati dalla superiorit dell'Occidente e di conseguenza si imbarcarono in un programma di riforme occidentalizzanti. Al cuore della moderna Repubblica turca e delle riforme occidentalizzanti di Kemal Atatrk vi  una medesima logica, la convinzione che la debolezza e la povert della Turchia prendano origine dalle sue tradizioni, dalla sua antica cultura, dai vari modi in cui essa ha organizzato la religione. Devo ammettere che anch'io, che vengo da una famiglia occidentalizzata della media borghesia di Istanbul, spesso mi piego a questa teoria piena di ottimismo ma assai limitata e semplicistica. Gli occidentalisti sognano di trasformare e rendere pi ricco il loro paese e la loro cultura imitando l'Occidente.
.
Poich il loro obiettivo  quello di far diventare il paese pi ricco, pi felice, pi forte, si pu affermare che l'occidentalismo turco-ottomano  nello stesso tempo campanilismo e nazionalismo. Ma, in quanto movimenti occidentalizzanti, essi criticano profondamente alcune caratteristiche di base del loro paese e della loro cultura: anche se probabilmente non lo fanno con il medesimo spirito e con lo stesso stile degli osservatori occidentali, essi tuttavia considerano la propria cultura imperfetta e priva di valore. E questo da origine a un altro sentimento, tanto profondo quanto complesso da decifrare - la vergogna - e io lo vedo affiorare in alcune reazioni ai miei romanzi e nei miei stessi rapporti con l'Occidente.
.
Quando in Turchia parliamo della questione Oriente-Occidente, oppure delle tensioni fra tradizione e modernit (tensioni che secondo me riassumono tutta la questione Oriente-Occidente), o quando parliamo dei rapporti tra il mio paese e l'Europa, il sentimento della vergogna non scompare mai completamente. Cercando di comprenderne l'origine, metto sempre questo sentimento in rapporto con il suo opposto, l'orgoglio. Sappiamo tutti che quando qualcuno agisce con troppo orgoglio e troppa superbia, l'ombra della vergogna e dell'umiliazione  sempre presente.
.
Viceversa, quando qualcuno si sente profondamente umiliato, possiamo essere sicuri di veder apparire un fiero nazionalismo. I miei romanzi sono fatti di questa vergogna, questo orgoglio, questo senso di sconfitta e questa rabbia. Siccome provengo da un paese che sta bussando alla porta dell'Europa, sono fin troppo consapevole di quanto sia facile, di tanto in tanto, che questi fragili sentimenti s'infiammino e raggiungano dimensioni pericolose. Vorrei parlare di questa vergogna come di un segreto di cui si sussurra appena, come l'ho avvertito per la prima volta leggendo i romanzi di Dostoevskij. L'arte del romanzo mi ha insegnato che, condividendo le nostre segrete vergogne, diamo avvio alla nostra liberazione.
.
Ma, nel momento in cui inizia questa libert, comincio a sentire dentro di me i problemi legati alla rappresentazione, il dilemma morale generato dal parlare al posto di un altro. Il fragile sentimento di cui ho parlato, la vergogna nazionalistica oppure la sensibilit campanilistica provano fastidio davanti allo specchio e all'immaginazione del romanziere. La realt, che rimanendo nascosta ci fa vergognare silenziosamente, viene fuori grazie alla forza dell'immaginazione del romanziere e diventa un secondo mondo con cui raffrontarsi. Man mano che il romanziere, preso da un'intuizione a lui incomprensibile, gioca con le regole del mondo, con la segreta geometria della vita proprio come un bambino con i suoi giocattoli, la famiglia, la comunit, il gruppo, i concittadini, la trib, tutti in qualche misura si inquietano. Ma questa  un'inquietudine felice. Attraverso la lettura dei romanzi, delle favole e dei miti, comprendiamo le idee che governano il mondo; attraverso il romanzo affiora la verit nascosta dalle nostre famiglie, dalla scuola, dalla societ; ancor pi importante, il romanzo ci da la possibilit di pensare a noi stessi, a quello che siamo davvero. Conosciamo tutti la gioia che nasce dal leggere romanzi: ci piace seguire l'eroe che si fa strada fra gli altri personaggi, lo scontro della sua mente e della sua anima con il mondo, il suo cambiamento, il suo rapporto con l'ambiente e gli oggetti che lo circondano e le parole dell'autore a mano a mano che la storia procede, le sue scelte narrative e la sua capacit descrittiva.
.
Sappiamo che ci che leggiamo  il prodotto della fantasia dell'autore ed  composto dagli elementi del mondo in cui viviamo. I romanzi non sono n del tutto fantastici n completamente veri. Leggere romanzi significa confrontarsi sia con la fantasia dell'autore sia con una realt che ci appartiene e ci incuriosisce. Quando ci ritiriamo in un angolo, quando ci sdraiarne sul letto o ci allunghiamo su un divano con un romanzo in mano, la nostra immaginazione viaggia avanti e indietro tra il  mondo racchiuso tra le pagine di quel romanzo e il mondo nel quale viviamo. Il romanzo che leggiamo pu trasportarci in un altro mondo che non abbiamo mai visitato, mai visto, mai conosciuto, o pu condurci nell'anima di un personaggio simile a noi. Vorrei attirare la vostra attenzione su tutte queste situazioni perch desidero raccontarvi una mia fantasticheria a occhi aperti. Talvolta cerco di immaginare, uno a uno, una moltitudine di lettori appartati negli angoli delle loro case, accoccolati nelle loro poltrone. Cerco di immaginare l'ambiente della loro vita di tutti i giorni. Cos, li, proprio davanti ai miei occhi,   i prendono corpo migliaia, decine di migliaia di lettori sparsi nelle citt, che leggendo immaginano i sogni dello scrittore, i suoi eroi, il suo mondo. Tutti questi lettori, al pari dello scrittore stesso, usando la fantasia, cercano di mettersi al posto di un altro. Ed  in queste circostanze che si avvertono la tolleranza, la modestia, l'affetto, la piet e l'amore: la grande letteratura non parla alle nostre capacit di giudizio, ma alla nostra abilit di metterci nei panni di un altro.
.
Ogni volta che cerco di immaginare i lettori che usano la loro fantasia, sparsi per le strade e i quartieri delle citt, mi accorgo che penso in realt a come una comunit, un gruppo, una nazione - scegliete voi - immaginano se stessi. Le comunit, le trib, le nazioni riflettono in modo approfondito su se stesse leggendo romanzi. Leggendoli sono in grado di discutere sulla propria identit. Pertanto, anche se scegliamo un romanzo sperando soltanto di distrarci, di rilassarci, di evadere dalla noia della vita quotidiana, iniziamo senza ac-corgercene a evocare la collettivit, la nazione e la societ cui apparteniamo. Questo  anche il motivo per cui i romanzi danno voce non soltanto all'orgoglio e alle gioie di una nazione, ma anche alla sua rabbia, alla sua fragilit e alla sua vergogna. Poich ricordano ai lettori la loro fragilit, la loro vergogna e il loro orgoglio, gli scrittori suscitano molta rabbia e ancora oggi nel mondo si verificano purtroppo inaspettati gesti di intolleranza, si bruciano libri o si perseguitano gli scrittori.
.
Sono cresciuto in una casa dove tutti leggevano romanzi. Mio padre aveva una ricca biblioteca e quando ero bambino discuteva con me dei grandi scrittori - Mann, Kafka, Dostoevskij, Tolstoj - nello stesso modo in cui altri padri discutevano di generali famosi e di santi. Sin dall'infanzia tutti questi romanzi e romanzieri sono rimasti legati nella mia mente all'idea di Europa, ma questo non dipende soltanto dal fatto che provengo da una famiglia di Istanbul che credeva ardentemente nell'occidentalizzazione e pertanto, nella sua ingenuit, aspirava a ritenersi e ritenere il proprio paese molto pi occidentale di quanto non fosse nella realt. Dipendeva dal fatto che il romanzo era una delle espressioni pi alte dell'arte europea. Dal mio punto di vista il romanzo - cosi come la musica per orchestra e la pittura postrinascimentale -  una delle pietre miliari della civilt europea, ci che rende l'Europa quella che , il mezzo con cui l'Europa ha definito e caratterizzato la propria identit. Non riesco a pensare all'Europa senza pensare al contempo ai romanzi: mi riferisco adesso al romanzo inteso come modo di pensare, capire e immaginare e anche come mezzo per immaginare se stessi nei panni dell'altro. In altre parti del mondo giovani e bambini hanno conosciuto davvero in profondit l'Europa per la prima volta avventurandosi a leggere i romanzi: io sono stato uno di loro.
.
Ricordo la sensazione di entrare in un romanzo come in un nuovo continente, con una nuova cultura, una nuova civilt; la sensazione di imparare a esprimermi in modi nuovi, di trarre ispirazione e di sentirmi parte dell'Europa. E non dimentichiamo che anche il grande romanzo russo e il latinoamericano nascono dal romanzo europeo. E sufficiente leggerne uno per rendersi conto che i confini, la storia e l'anima dell'Europa sono in mutazione continua. La vecchia Europa descritta nei romanzi francesi, russi e tedeschi della biblioteca di mio padre, oppure l'Europa del dopoguerra della mia infanzia o l'Europa odierna sono posti e idee in mutazione continua. Tuttavia, io ho un'unica immutabile immagine dell'Europa.
.
Premetto che l'Europa  un argomento molto delicato e difficile per un turco. Anch'io, come la maggior parte dei turchi, nu-tro i desideri di un uomo che bussa alla vostra porta chiedendovi di entrare, pieno di speranze, buone intenzioni e curiosit, ma anche pieno di paura di essere respinto e di rabbia che nasce da quest'ansia.  un argomento assai simile alla muta vergogna che stavo descrivendo prima. La Turchia bussa alla porta, aspetta, ascolta le promesse dell'Europa e nutre speranze. Ma, mentre la Turchia si avvicina all'Europa e la possibilit che ne diventi parte a tutti gli effetti si fa sempre pi evidente, in alcune aree europee e tra alcuni politici, assistiamo, purtroppo, all'aggravarsi di un sentimento anti-turco. Trovo pericoloso sia l'atteggiamento di alcuni politici che seguono una strategia anti-turca sia l'atteggiamento di alcuni politici turchi che amano la polemica con l'Occidente e l'Europa.
.
Un conto  criticare le lacune dello Stato in tema di democrazia, o la sua economia, un altro invece  denigrare la cultura turca nel suo complesso o infangare le persone di origine turca che vivono in Germania, conducendo una vita molto pi povera e difficile rispetto ai tedeschi. Anche i turchi in Turchia ascoltano queste brutte espressioni con la permalosit di chi bussa alla porta e aspetta di essere accolto. L'acuirsi del sentimento nazionalista anti-turco in Europa, purtroppo, provoca in Turchia un contraccolpo nazionalista anti-europeo assai violento. Chi crede nell'Unione Europea deve rendersi conto immediatamente che la vera scelta che dobbiamo compiere  tra pace e nazionalismo: o avremo l'una o avremo l'altro. Io penso che l'ideale della pace sia uno degli ideali fondanti dell'Unione Europea e credo che la possibilit di pace che la Turchia offre all'Europa oggi non si possa respingere. Il problema  scegliere tra la forza di immaginazione del romanziere e il nazionalismo di coloro che bruciano i libri.
.
Da un paio di anni esprimo spesso il mio parere perch la Turchia venga accettata dall'Unione Europea e cos sento spesso domande scettiche e diffidenti al riguardo. Permettete che risponda subito anche a simili domande. Quel che la Turchia e il popolo turco hanno da offrire all'Europa , senza alcun dubbio, la pace. Il desiderio di un paese musulmano di unirsi all'Europa e l'approvazione di questa volont pacifica darebbero sicurezza e forza all'Europa e alla Germania. I grandi autori di romanzi che lessi da bambino e da giovane non definivano l'Europa in termini di fede cristiana, ma di individui. Quei loro romanzi parlavano al mio cuore perch descrivevano l'Europa attraverso gli eroi che lottavano per la libert, per esprimere la propria creativit e realizzare i propri sogni. L'Europa si  guadagnata il rispetto del mondo non occidentale per aver sviluppato ideali di libert, eguaglianza, fraternit. Se l'anima dell'Europa  illuminismo, eguaglianza e democrazia, allora la Turchia deve avere un posto in questa Europa pacifista. Un'Europa che dovesse definirsi soltanto in base ai criteri di cristianit - al pari di una Turchia che cercasse di attingere la propria forza soltanto dalla religione - sarebbe un paese di vedute ristrette, staccato dalla realt, maggiormente legato al proprio passato che proiettato verso il futuro.
.
Per persone cresciute come me in famiglie laiche occidentalizzate non  affatto difficile credere nell'Unione Europea. E non dimentichiamo che sin dalla mia infanzia la mia squadra di calcio, il Fenerbabe, gioca le Coppe europee. Esistono milioni di turchi che come me credono con tutto il cuore e tutta l'anima che il posto della Turchia sia in Europa. Ma ancor pi importante  il fatto che la maggior parte dei turchi musulmani conservatori, insieme ai loro rappresentanti politici, vogliono vedere la Turchia nell'Unione Europea e sono desiderosi di contribuire a delineare il futuro dell'Europa insieme a voi.
.
Dopo secoli di guerre e conflitti dovrebbe essere difficile respingere questo gesto di amicizia senza avere rimorsi. Come non riesco a
immaginare una Turchia priva di una prospettiva europea, cos non posso credere in un'Europa priva di una prospettiva turca.
Chiedo scusa per aver parlato cos a lungo di politica.
Il mondo a cui vorrei appartenere  senza dubbio il mondo della fantasia. Fra i sette e i ventidue anni ho sognato di diventare un artista, cos da potermene andare in giro per le strade di Istanbul a dipingere panorami della citt. Poi, a ventidue anni, come ho raccontato nel mio libro Istanbul, smisi di dipingere e cominciai a scrivere romanzi. Adesso sono giunto alla conclusione che dalla pittura mi aspettavo le stesse cose che mi aspettavo dalla scrittura: ci che mi ha spinto verso l'arte e la letteratura  stato il forte desiderio di lasciarmi alle spalle questo mondo uggioso, tetro, che infrange ogni speranza e che noi tutti conosciamo cos bene ed evadere in un secondo mondo, pi profondo, pi vario e pi ricco. Per raggiungere questo altro magico regno, sia che mi esprimessi con le linee e i colori come ho fatto da giovane sia che mi esprimessi con le parole, ho sempre dovuto trascorrere lunghe ore da solo, chiuso in una stanza, ogni giorno, immaginandone ogni sfumatura. Il mondo confortante che da trent'anni a questa parte mi sto costruendo, da solo in un angolo,  fatto certamente degli stessi materiali del mondo che noi tutti conosciamo, delle strade e degli interni delle case di Istanbul, Kars o Francoforte. Ma la fantasia, la forza immaginaria del romanziere da un'anima particolare e magica a questo mondo reale e limitato.
.
Concluder parlando di quest'anima, di ci che il romanziere, dedicandovi tutta la vita, vuole far sentire al lettore. Secondo me la vita  una cosa straordinariamente complicata, strana e abbastanza incomprensibile, che ci rende felici se riusciamo a farla entrare in una cornice. Nella maggior parte dei casi, il motivo della nostra felicit e infelicit  il significato che diamo alla vita piuttosto che la vita stessa. Ho dedicato tutta la mia vita a studiare questo significato. Questo vuoi dire riuscire a trovare nel mondo complicato, difficile e veloce dei nostri giorni un inizio, un centro, una fine fra le tortuosit sorprendenti della vita, in mezzo al rumore e al frastuono. E questo  possibile, secondo me, attraverso i romanzi. Da quando  stato pubblicato il mio romanzo Neve, ogni volta che ho messo piede per le strade di Francoforte ho avvertito il fantasma di Ka, l'eroe con il quale ho molto in comune, e sento di star osservando davvero la citt come ormai sono arrivato a conoscerla, come se in qualche modo ne avessi toccato il cuore. Mallarm disse la verit quando dichiar che ogni cosa nel mondo esiste per essere inclusa in un libro. E il genere che meglio pu assorbire la realt e il mondo  senza alcun dubbio il romanzo. L'immaginazione - la capacit di trasmettere i significati agli altri -  uno dei maggiori poteri dell'umanit e per molti secoli ha trovato la sua voce pi autentica nei romanzi. Considero questo grande premio un riconoscimento per trent'anni di lavoro al fedele servizio della grande arte del romanzo e ringrazio tutti di cuore.
...
.
...
FINE.